Testo critico mostra

Meditate che questo è stato

 

Sei milioni di ebrei. A questo impressionante numero si aggiungono i disabili, gli omosessuali, i soldati sovietici, gli oppositori politici, i Rom ed altre vittime innocenti.  Sono numeri che descrivono volti, storie e sentimenti orribilmente calpestati dal sistematico sterminio compiuto dalla Germania nazista nel corso della seconda guerra mondiale. Ed ancora oggi c’è chi cerca di negare queste cifre o di minimizzarle come se un numero minore di vittime potesse giustificare simili barbarie. La più grande tragedia della storia del genere umano si è compiuta all’interno di una società civilizzata, proprio come quella in cui tutti vivono ai giorni nostri. Olocausto e genocidio sono simboli dell’odio che potrebbero manifestarsi anche nella nostra pacifica realtà contemporanea dove la libertà e la democrazia sono principi troppo spesso sottovalutati  o comunque dati per scontati. L’unico meccanismo di difesa contro il ripetersi di un dramma collettivo è la nostra memoria, verità assoluta ed indubitabile di un “siamo perchè eravamo” che si oppone ad ogni sordida forma di rimozione, negazione e revisionismo. La memoria non è solamente il punto nevralgico del nostro tessuto emozionale, essa è altresì un indispensabile strumento di confronto storico e culturale, una piattaforma solida dove gettare le fondamenta della futura vita sociale, evitando di ripetere gli errori del passato. Apprendere dalla memoria e tramandare il proprio scibile ai posteri oltre a fungere da monito è una pratica che supera le barriere del tempo consentendo al pensiero di porsi oltre il concetto di fisicità e morte. Arte e memoria sono da sempre in stretto contatto fra loro, questo poiché il potenziale visivo delle pratiche creative rappresenta un mezzo di comunicazione assai più diretto del verbo e della parola scritta. Esistono volontà malevole in grado di riscrivere interi libri di storia, di trasformare una bieca propaganda in ideologia ma non vi è alcun modo di oscurare le tracce di uno sterminio quando esso assume una forma fisica attraverso la pratica creativa. Impossibile cancellare l’orrore presente nei volti dei soggetti de La fucilazione del 3 maggio 1808 di Francisco Goya come è altrettanto impossibile zittire le grida strazianti della Guernica di Pablo Picasso. L’arte si pone oltre qualsiasi manipolazione ideologica o politica poiché attraverso il flusso organico della memoria diviene manifestazione oggettiva della storia e monito per le future generazioni. Ho avuto la fortuna di non vivere in prima persona tragedie come la deportazione o la lucida follia dei campi di concentramento, sentirsi braccati ed affamati, separati dai propri cari. L’orrore è giunto a me tramite gli occhi delle persone care che sono sopravvissute all’eccidio, la paura è giunta a me tramite le loro parole che hanno scavato un solco indelebile nella mia memoria, il dolore è giunto a me tramite la mancanza di tutti quegli affetti che da Auschwitz, Bergen-Belsen o Buchenwald non hanno più fatto ritorno. Come me gli artisti partecipanti alla presente mostra non hanno vissuto le atrocità del nazismo ma ognuno di essi è riuscito ad apprendere dalla memoria, a filtrare le proprie emozioni creando opere che a loro volta costituiscono un percorso che si snoda attraverso momenti di alienazione, prigionia ed odio razziale per terminare in un’apertura verso la speranza di pace e la promessa di un mondo migliore.

 

Vi sono immagini e concetti ben precisi che uniscono i lavori presenti in mostra, riunendoli sotto il segno di un sentire comune che rende il dramma di un popolo o di un singolo individuo una tragedia universale. La ferocia della deportazione per Fabio Mauri è racchiusa in un unico simbolo, uno pneumatico nero che si staglia su di uno sfondo bianco. Un singolo ed innocuo oggetto diviene una sorta di bandiera dell’odio, stendardo che guida un intero popolo verso un viaggio senza ritorno e fregio di una supremazia industriale fondata sul sangue e sul sudore dei lavori forzati. Ed è oscuro presagio di deportazione anche la drammatica installazione di Davide Orlandi Dormino.  Binari formati da scarpe conducono ad una destinazione letale mentre il lento viaggio di corpi stivati come carne da macello si compie in un calvario di fame e di stenti.

 

L’immagine della morte è invece presente nell’opera di Franko B che  immerge la bandiera del popolo di Israele in un vortice nero. La materica presenza della Stella di David sembra gridare al mondo il lutto e le sofferenze di un intero popolo. Per Andrei Molodkin la funerea effigie della fine rappresentata dal teschio, evidenzia l’assurdità di una morte fisica attraverso la perdita di valori sociali, politici e religiosi.

 

La parola Olocausto richiama alla mente immagini indelebili come le interminabili pile di cose preziose, di capelli, di abiti e di corpi senza vita ammassati come semplici oggetti. Queste accumulazioni, simbolo di un surreale sterminio, trovano una forma concreta all’interno dell’opera di Davide Sebastian dove gli oggetti comuni riflettono l’essenza di vite spezzate che si stagliano inermi innanzi alla vanagloria nazista. Lo stesso meccanismo anima l’installazione di Simone Cametti, le sue accumulazioni di scatole contengono geodi, cavità di roccia che racchiudono cristalli. Pietre come quelle che il popolo di Israele utilizza come metafore della memoria, brutalmente rinchiuse senza poter tramandare il loro passato.

 

Tra le atroci sevizie e coercizioni condotte dalla follia nazista le più sottili ed efferate sono da ricercarsi nella sistematica sottrazione dell’identità e della libertà personale. Zelia Bishop riassume queste due privazioni disperdendo la presenza fisica ed i sentimenti di una fanciulla senza nome. Per Matteo Basilè invece la  cruda fisionomia di un anonimo sterminio composto da cifre e numeri passa attraverso i volti di uomini e donne divorati dalle loro stessa moltitudine. L’essere umano privato della sua identità diviene solo un rigido involucro, così Edoardo Aruta descrive le azioni di una sordida mano che schiavizza e dismette a proprio piacimento. Ed i segni di una prigionia che conduce alla morte sono scritti nella polvere come nell’opera di Silvia Giambrone ma il marchio indelebile del filo spinato continua ad esistere anche all’interno della caducità del tempo.

 

La negazione di una tragedia come l’olocausto equivale alla negazione dei diritti umani e della storia. Stefania Fabrizi nella sua opera descrive la moltitudine di uomini che in passato ha chiuso gli occhi innanzi ad invereconde barbarie ed al contempo le schiere di giusti a cui è stata negata la verità. Emanuele Napolitano & Francesco Petricca cancellano le immagini degli aguzzini, ma a questa ennesima negazione si oppone la presenza di documenti ineluttabili. Infine la negazione di un futuro per una nuova generazione si manifesta in tutta la sua agghiacciante disperazione ed assume le sembianze di una culla vuota, un’infanzia muta immaginata da Claudia Zicari.

 

L’estrema importanza della memoria è una potente arma contro le nuove forme d’odio. Andrea Aquilanti moltiplica la percezione dei luoghi di costrizione e sofferenza, estendendo la linea temporale. Nella sua opera il passato si getta direttamente nel presente con una luce di speranza e commemorazione. Daniele Jost si affaccia alle nuove tecniche di conservazione della memoria tramite i QR Codes, codici a barre bidimensionali che simbolicamente rammentano alle nuove generazioni le spietate forme di catalogazione attuate dai nazisti. Gaia Scaramella ridona memoria a milioni di vittime senza nome tramite un’installazione multimediale che invita lo spettatore a meditare su ciò che è stato e lo spinge a formulare un’apertura verso un futuro migliore. Mauro Di Silvestre riafferma i sogni e le speranze infrante di una giovane vita tramite la ricostruzione pittorica della camera di Anna Frank.  Roxy in the box raccoglie sensazioni contemporanee e popolari sull’Olocausto attuando un’ attenta indagine sociale che necessita di attenzione ed impegno per essere fruita perchè con attenzione ed impegno deve essere conservata la memoria. Fernanda Veron si affida ai ricordi del singolo per trasformare passioni e sentimenti in memoria comune. Una violinista che sacrifica il suo crine per non far perire il suo strumento e quindi la musica rappresenta il dono dell’uomo al resto della società.

 

La speranza e la pace possono lenire le atroci sofferenze dell’Olocausto, conducendo l’essere umano verso un cammino di tolleranza, comprensione ed amore. La ridicolizzazione della figura di Adolf Hitler che si trasforma in un duchampiano Chaplin per volere di Boaz Arad ci aiuta a comprendere l’estremo potere di un uomo maligno  ma anche i suoi punti deboli, la sua stupidità che può e deve essere annientata tramite il sapere e la conoscenza. Lo sciame di scarabei che formano la Stella di David sullo sfondo del fiume Giordano nell’opera di Pietro Ruffo ribadiscono il concetto di umanità di società organizzata, di proliferazione, di mutazione e di progressiva trasformazione della spiritualità e dell’ideologia verso un futuro di prosperità. Infine l’installazione di stracci colorati di Michelangelo Pistoletto dona forma al concetto di una pace libera da differenze e discriminazioni.

 

Attraverso tutte queste dissimili ma al tempo stesso unite voci, Acthung! Achtung!, manifesta quindi la volontà di creare una retorica della memoria, vale a dire non una ricercatezza formale priva di contenuti ma un elemento fondamentale con cui si accresce l’efficacia di un discorso. Questo elemento viene amplificato dalla pratica artistica e consegnato ai posteri che dovranno custodirlo e tramandarlo di generazione in generazione. Per far si che tutto questo orrore non accada mai più.